lunedì 9 dicembre 2019

Piacenza da vedere: Santuario Santa Maria di Campagna

unico santuario mariano di Piacenza

Piacenza da vedere: Santuario Santa Maria di Campagna
La chiesa, uno dei documenti più avvincenti del Cinquecento italiano, e l'unico santuario mariano della città. Sorge su un'area che la tradizione locale ritiene già occupata da una piccola cappella dedicata al culto di S. Maria di Campagna (XI secolo) e nei cui pressi papa Urbano II aveva convocato nel 1095 il Concilio decisivo per l'attuarsi della prima crociata.
Il tempio fu riedificato tra il 1522 e 28 su progetto del piacentino Alessio Tramello (1470-1528), il promotore della diffusione del linguaggio bramantesco in terra emiliana, e autore della chiesa di S. Sepolcro e del Monastero della Annunciata di Lodi.
Tramello, coniugando mirabilmente gli stilemi del Bramante a un dotto ritmo decorativo ricco di valori cromatici, crea entro strutture verticaleggianti, un organismo a croce greca con quattro cappelle angolari all'imposto dei bracci, siglato da una cupola retta da un tamburo ottagono a due ordini.

Nel 1547 Pier Luigi Farnese, che ebbe sempre cara la chiesa, la affida ai francescani come risarcimento della perdita del loro convento di S. Maria di Nazareth, demolito per fare posto alle nuove mura della città. Nel 1791 si decide, su disegno di Lotario Tomba, di ampliare la zona del presbiterio allungando il braccio di ponente e trasformando così l'originaria pianta a croce greca, in latina ribaltata.
Con Napoleone i francescani vengono allontanati e il convento adiacente, costruito nel 1584 sui ruderi dell'antica chiesa di S. Vittoria, viene incamerato dallo Stato Italiano (1866) e destinato a diventare ospedale psichiatrico.
L 'interno della chiesa è dominato dalla cupola centrale retta da robusti pilastri, che definiscono lo spazio occupato dai quattro bracci laterali, coperti da una voltatura a botte affrescata a cassettoni da G. B. Ercole nella II metà del XVIII secolo. I limpidi e razionali volumi architettonici fanno da scenario ai magniloquenti dipinti di Giovanni Antonio Sacchi detto il Pordenone (1484 c.-1539), il famoso artista che sulla scia degli insegnamenti di Tiziano, seppe elaborare un linguaggio personalissimo e spregiudicato, enfaticamente ribelle al comporre classico.

La lettura dei dipinti della chiesa tiene quindi conto prima di tutto, di un percorso a lui dedicato, che parte dagli affreschi nella cupola e raggiunge le cappelle di S. Caterina e dei Magi, poste a sinistra della volta, all'incrocio dei bracci della chiesa. La presenza del Pordenone in S. Maria di Campagna avvenne in due fasi distinte.
La prima, dal 1530 al 32 durante la quale il Pordenone, già celebre per la sua impresa pittorica nel Duomo di Cremona, dipinse la lanterna, gli otto spicchi della cupola, i fregi dei costoloni, il fregio che corre sopra le loggette con tematiche mitologiche e, pare, anche la cappella di S. Caterina.
La seconda fase (1535 c.} lo vede impegnato nella cappella dei Magi e trascurare invece la conclusione della decorazione della cupola portata poi a termine nel 1543 dal pavese Bernardino Gatti detto il Soiaro (1495-1574}, che avrà modo di manifestare il suo accademico michelangiolismo non disgiunto da modi correggeschi, su parte dei pennacchi e lungo il tamburo. Le soluzioni adottate dal Sacchi per la cupola, già edificata a spicchi e quindi precludente le soluzioni proto-barocche del Correggio in Parma, sono di notevole importanza in relazione allo sviluppo della decorazione illusionistica del XVI secolo.
Qui infatti l'autore, attuando una mirabile sintesi tra proposte venete e tosco-romane, produce il totale coinvolgimento dello spettatore, attuato mediante grandi figure gesticolanti in mirabile scorcio che sembra invadano lo spazio reale, sostenute teatralmente da un attento gioco di sguardi e di gesti.
Nella cupola il perno del discorso è rappresentato dalla figura di Dio, posta nel lanternino, che scende a precipizio, frenata da tre angeli.
Negli spicchi trovano invece spazio Profeti e Sibille, divisi da lesene con la raffigurazione di storie bibliche (Creazione dell'uomo, Arca di Noè, Sacrificio di Isacco, Giuseppe venduto dai fratelli, Mose che riceve le tavole della legge, Davide e Golia, Giuditta e Oloferne) alludenti alla contrapposizione tra mondo pagano e cristiano.
Lungo il fregio che separa la cupola dal tamburo, si nota invece la rappresentazione di episodi relativi agli Dei falsi e bugiardi (Ratto di Europa, Sileno ebbro, Sacco, Ercole, Giove, Diana, Venere e Adone, Nettuno e Anfitrione), dati con corsiva immediatezza e intercalati da medaglioni che recano eventi di eroismo compiuti dalla umanità ante Gratiam.
Nel registro inferiore, sulle lesene tra le bifore, si trovano poi le figure degli Apostoli, realizzate da Bernardino Gatti, cui si devono anche le Storie di Maria riprodotte sul tamburo. Il ciclo pittorico celebra così l'epopea della umanità riscattata attraverso il sacrificio salvifico di Cristo, secondo le indicazioni agostiniane. L 'opera di S. Agostino è tra l'altro chiaramente espressa nell'incipit del volume visibile nell'affresco eseguito dallo stesso Pordenone a sinistra dell'ingresso della chiesa, dove viene raffigurato il santo monaco all'interno di un tempio voltato a botte, la cui trabeazione laterale si prolunga illusionisticamente verso lo spettatore.
Un ritmo compositivo più pausato caratterizza invece gli interventi del Pordenone nella cappella d'angolo vicino al presbiterio dedicata a S. Caterina e ornata con le storie della santa.
Il racconto prende l'avvio con il Matrimonio mistico di S. Caterina, nella pala d'altare, per proseguire nella zona inferiore della parete sinistra con la Disputa della santa con i filosofi e chiudersi nelle lunette soprastanti con il Martirio alla ruota dentata e la Decollazione. Nella cupoletta ottagonale invece sono visibili le figure degli Apostoli intercalate da ovati con Storie della Passione, tra personificazioni angeliche e Virtù.
Lungo la parete del tamburo Sottostante si situano le sante Dorotea, Agata, Elena, Barbara, Maria Maddalena. La decorazione della cupola termina con i santi Giovanni Battista, Giuliano, Francesco, che escono dagli oculi dei pennacchi, mentre putti, strumenti musicali e animali fantastici completano pilastri e sottarchi.
All'interno di questo serrato programma il pennello del Pordenone raggiunge alti livelli qualitativi.

Ad esempio nella Disputa con i filosofi l'artista crea una della più complesse macchine sceniche del tempo, incentrata sul doppio movimento azionato dalle braccia protese di Caterina e dal gesto minaccioso del persecutore (l'imperatore Massimiano) che si sporge a destra dal balcone tra il disorientamento dei filosofi in primo piano. Ancora, il fare impetuoso del friulano trova affascinante traduzione anche nella lunetta con il Martirio alla ruota dentata, nel moto vorticoso che si sprigiona dalla ruota, frantumata per intervento divino.
Sempre al Pordenone spettano i dipinti della opposta cappella dei Magi detta anche della Vergine. Venne commissionata dal patrizio piacentino Pietro Antonio Rollieri intorno al 1535, come addita il suo stemma sulla parasta a destra della Adorazione dei Magi. La cupola è dominata dalla Assunzione di Maria e dalle figure di Angeli musici; al centro delle lesene che intervallano gli scomparti, spiccano medaglioni monocromi con alcune divinità pagane (Saturno, Vulcano, Perseo, Apollo, Dafne, Diana, Esculapio, Minerva, Venere Celeste); il tamburo reca invece i santi Francesco, Pietro martire, Chiara, Pietro, Sebastiano alternati a Cecilia, Giovanni Battista, Veronica, Michele, l'Angelo custode, Agnese, Gerolamo, mentre nei pennacchi trovano posto i quattro Profeti.

Alle pareti invece la pala d'altare dedicata alla Adorazione dei Magi è connotata dalla vivace presenza di alcuni personaggi che si sporgono dai balconi dell'edificio di destra. Il Pordenone dipinge inoltre sulla parete di sinistra la natività di Maria, distinta da un sagace realismo e dalle gigantesche sagome delle inservienti poste in primo piano, e nelle lunette sovrastanti la natività e la fuga in Egitto, il primo forse attribuibile ad un allievo.
Oltre agli interventi del Pordenone, la chiesa conserva altre interessanti opere d'arte. Ritornando all'ingresso la cappella d'angolo a destra dedicata alle sante Anatolia e Vittoria, venne decorata tra il 1576 e il 79 da Ferrante Moreschi (1533-84), pittore e stuccatore piacentino cresciuto a Roma nell'ambiente di Daniele da Volterra. Nella lanterna della volta si nota un putto che scende frettolosamente dal cielo reggendo una corona; la volta è poi suddivisa in otto spicchi, cadenzati da costoloni che poggiano su una cornice retta da otto telamoni ignudi, che reca coppie di putti e profeti alternati a sibille.

Gli affreschi sono inoltre impreziositi da motivi a grottesca e a candelabra. Gli stilemi della pittura romana, plastica e nobile, tanto ricercati dalla cultura piacentina di quegli anni, sono pienamente coglibili nelle lunette con la raffigurazione delle storie delle due sante titolari, purtroppo non del tutto leggibili, con gli episodi della uccisione del drago da parte di S. Vittoria e della denuncia fatta dal marito della santa dopo che vittoria si votò al cristianesimo, che echeggiano infatti moduli michelangioleschi.
La pala d'altare che rappresenta S. Luigi circondato da santi, realizzata nel 1841 da Paolo Bozzini, venne collocata qui dopo i restauri che interessarono la cupola nel 1970. Proseguendo ci si trova nel braccio destro della chiesa. All'altare è visibile un gruppo ligneo policromo, opera del 1757 di Jan H. Geernaert. La parete di sinistra ospita invece la raffigurazione della Annunciazione (1724) di Ignaz Stern.
Nella successiva cappella, dedicata a S. Antonio e affrescata con il consueto forte risalto scenografico dai fratelli Ferdinando e Francesco Bibbiena, si segnala la tela di Camillo Procaccini (1551-c. 1629) con S. Francesco che riceve le stimmate. Raggiunto così il presbiterio, riammodernato nel 1791 mediante la demolizione del precedente, si ammira l'altare marmoreo con sagome neoclassiche, che ospita nella edicola una scultura lignea (XIV secolo) rappresentante Maria e il Bambino.
Al di là si nota il coro, intagliato da Giulio Rossi nel 1560 e, al centro della parete, una tela con S. Caterina attribuita a Giulio Cesare Procaccini. Gli angoli della lunetta sovrastante recano invece due dipinti del cremonese Camillo Boccaccino con la Madonna e l'Angelo annunciante (1529), già portelle interne di un perduto organo a qui inserite alla fine del XVIII secolo, con evidenti desunzioni tizianesche nel caldo e avvolgente cromatismo che connota la scena. I due dipinti sopra le porte laterali, rappresentanti Sansone e Dalila e Sisara e Jaele, furono invece realizzati da Benedetto Marini nel 1625.

Sorpassata la cappella di S. Caterina, si segnalano alcune tele di Camillo Procaccini che affiancano l'altare della parete di fondo del transetto, dove è collocata un'opera di Gaspare Traversi con S. Francesco in estasi. Il Soiaro eseguì invece nel 1543 l'affresco con S. Giorgio che uccide il drago posto sulla parete immediatamente a sinistra dell'ingresso.
Tutto intorno al tempio corre un fregio formato da tele dipinte, eseguite da artisti diversi (D. Crespi, A. Tiarini, Guercino, ecc.).
Degne di nota, infine, sono la statua di Ranuccio Farnese, rivolta verso l'altare, assegnata dalla locale tradizione al Mochi, e alcuni dipinti di Antonio Campi e Gaspare Landi custoditi in sagrestia.
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